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venerdì 8 aprile 2011

Green marketing per il settore agro-forestale

mondoalbero Il mercato volontario dei crediti di carbonio rappresenta un investimento e, nel medio-lungo periodo, una strategia di riduzione dei propri costi di produzione

di R. T.

Nella lotta al cambiamento climatico in Italia, come in tutto il resto del mondo, si sono diffuse, parallelamente al Mercato regolamentato dei crediti di carbonio creato per l’attuazione del Protocollo di Kyoto (PK, 1997), azioni di carattere volontario che nascono dall’interesse e dalla sensibilità della società civile. L’avvio di queste iniziative nasce sicuramente da nobili motivazioni etiche e dalla consapevolezza di far parte di un sistema complesso in cui anche il singolo può contribuire al raggiungimento degli obiettivi globali di lotta al cambiamento climatico. Ma per organizzazioni profit e non-profit, amministrazioni locali e singoli cittadini, rappresentano anche un investimento di green marketing, e nel medio-lungo periodo, una strategia di riduzione dei propri costi di produzione.

Il Mercato volontario dei crediti di carbonio si basa su diverse tipologie di intervento e su meccanismi analoghi a quelli definiti per il Mercato regolamentato del PK, di cui pur non adempiendone le procedure formali ne rimane comunque condizionato, in termini metodologici ed economico-finanziari. Per questo motivo il Mercato volontario è un incubatore di innovativi protocolli, registri, alleanze, e tipi di progetto, presentando inoltre, grandi potenzialità di sviluppo. Si sta però sviluppando in modo poco ortodosso, con una scarsa e poco chiara regolamentazione di riferimento, standard e certificazioni univoche.

Al centro del sistema volontario vi è il credito di carbonio, cioè il corrispettivo d’una tonnellata di anidride carbonica equivalente (tCO2eq), non emessa in atmosfera da qualsiasi attività realizzata attraverso investimenti specifici, che può diventare contrattabile sul mercato. Ciò avviene attraverso l’attuazione di progetti per la riduzione delle proprie emissioni (emissione di CO2 evitata) e la successiva compensazione di quelle residue con interventi per esempio di forestazione, riduzione della deforestazione e degradazione delle foreste (assorbimento di CO2). Le iniziative compensative possono inoltre essere realizzate per ogni altra emissione da attività o prodotto esistente (organizzazione di un evento culturale o sportivo, feste e matrimoni, uso dell’autovettura, la propria abituale abitazione, stampa e acquisto di libri), o di qualsiasi altro oggetto di consumo, ecc.

Le tipologie di crediti prodotti da queste attività possono essere distinti in quelli utilizzabili nel Mercato volontariato e quelli utilizzabili nel Mercato regolamentato e riconosciuti quindi dal PK. Ogni tipo di credito di carbonio aderisce comunque a un particolare standard o certificazione di un ente terzo indipendente. Il Protocollo distingue sette tipi di crediti di emissione non solo sulla base della loro provenienza (da progetti CDM, JI, etc) ma anche dalla computabilità rispetto all’obiettivo di riduzione del CO2 e dalla scambiabilità e trasferibilità al

successivo periodo di adempimento. I crediti di emissione provenienti da progetti volontari sono invece conosciuti come Voluntary Emissions Reductions (VERs) o più semplicemente Emission Reduction se non verificati da un ente terzo. In caso di verifica, il credito volontario (ad esempio in seguito alla verifica di un progetto CDM da parte di un Designed Operational Entity) assume la denominazione di Verified Emission Reduction (VER).

Il Mercato volontario globale comprende le transazioni dei crediti che avvengono tramite il Chicago Climate Exchange (CCX), mercato integrato con sola sede negli Stati Uniti a cui aderiscono imprese, associazioni, università, municipalità, ecc. che partecipano sottoscrivendo impegni precisi di riduzione; e quelle Over The Counter (OTC), rappresentato da varie tipologie di soggetti che non rispondono a regole comuni. Tramite queste agenzie grandi organizzazioni, imprese e singoli cittadini possono investire direttamente in specifici progetti raggiungendo i propri obiettivi di contenimento delle emissioni. Come tutti i mercati azionari, anche quello del carbonio, dipende in primo luogo da informazioni trasparenti e affidabili, che purtroppo per tale mercato risultano a volte estremamente difficili.

L’incremento di interesse registrato negli ultimi anni per la riduzione volontaria delle emissioni e il conseguente ampliarsi del mercato, per quantità e valori scambiati, ha portato ad una maggiore attenzione dell’opinione pubblica e allo sviluppo di interessati e innovative iniziative locali che coinvolgono in particolare il settore forestale. La funzione svolta dagli ecosistemi forestali nella lotta ai cambiamenti climatici globali in corso è ampiamente riconosciuta sia in ambito scientifico che politico, sia dal grande pubblico che dai media, ed ha generando grandi aspettative di sviluppo per il settore produttivo, sempre più in crisi, ad essi collegato.

A partire dal 2003 e con frequenza crescente, nel nostro Paese vengono stipulati accordi volontari da parte di tre soggetti privati che svolgono il ruolo di mediatori tra chi, attraverso progetti forestali (piantagioni ex novo, miglioramento della gestione, ecc) fornisce crediti di carbonio e coloro che vogliono ridurre e/o compensare le proprie emissioni. Molte sono anche le iniziative volontarie promosse da enti territoriali, come ad esempio, uno per tutti, il Mercato Carbomark, attivato con il progetto LIFE07 ENV/IT/000388 e promosso dalle regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia. Un particolare interesse per i Mercati volontari cresce, infatti, da parte delle amministrazioni locali che intravedono una nuova entrata alle loro sempre più ristrette finanze.

Per questo motivo l’Osservatorio Foreste dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (INEA) insieme alla Compagnia delle foreste, ha deciso di approfondire il tema legato alla compensazione delle emissioni di CO2 e altri gas serra, attraverso i progetti forestali non solo perché si tratta di un argomento di estrema attualità e interesse ma soprattutto per comprendere i meccanismi, i principi e l’efficacia delle numerose iniziative che in Italia si stanno sempre di più sviluppando e che presentano ancora molti lati oscuri.

L’indagine svolta tra il 2008 e il 2009 sul panorama nazionale degli accordi volontari si è conclusa con una pubblicazione che evidenzia le criticità di questo sistema, ne coglie le opportunità e propone spunti utili per rafforzare il Mercato volontario dei crediti di carbonio in Italia al fine di renderlo più dinamico, trasparente ed efficace, anche in relazione con il Mercato regolamentato e gli impegni sottoscritti dal nostro Paese con il PK.

Il 31 Marzo presso la sede di Roma del’INEA verranno presentati i risultati di questo lavoro e con l’occasione aperta una discussione pubblica tra i principali portatori di interesse sul tema e le autorità nazionali competenti, al fine di individuare spunti utili a definire una comune strategia nella lotta al cambiamento climatico che riconosca agli imprenditori agricolo forestali delle aree rurali e montane il loro ruolo nella fornitura di un servizio ambientale.

Nel nostro Paese, infatti, la vendita dei crediti di carbonio da parte dei proprietari e/o gestori forestali assume contorni critici, in quanto i processi di riforestazione e gestione forestale sono già utilizzati dal Governo italiano per il rispetto degli impegni presi in sede di PK. Il nostro Paese, al momento, considera acquisite per gli obiettivi di Kyoto tutte le attività forestali ma, al contrario di altri settori quali l’energia o i trasporti, non ha effettuato alcun investimento per interventi rivolti al miglioramento della sua efficienza.

A oggi, il proprietario di un’area boscata se vuole mantenere efficiente il suo fondo, si trova a dover affrontare degli interventi in perdita, con i conseguenti problemi di abbandono, mancato sfruttamento delle risorse e sopratutto minori vantaggi ambientali e sociali.

Non vedendosi all’orizzonte incentivi rivolti al settore, il Mercato volontario potrebbe rappresentare un’alternativa efficiente per garantire la gestione attiva del territorio e ottenere interessanti risultati ambientali sia a livello locale che nazionale. Inoltre, un imprenditore e/o proprietario agricolo e/o forestale potrebbe, in linea teorica, ottenere anche redditi aggiuntivi dalla vendita dei crediti ottenuti dal suo lavoro di gestione per l’aumento dello stock di carbonio nella biomassa epigea, ipogea, nella lettiera e nel suolo. In particolare, gli interventi compensativi forestali possono prevedere la realizzazione di piantagioni, il miglioramento dei boschivi esistenti, investimenti di prevenzione dei fenomeni di disboscamento o di danneggiamento delle foreste esistenti, la realizzazione di impianti per la produzione di biomasse a uso energetico, l’adozione di particolari tecniche agronomiche e selvicolturali, ecc.

È importante che le amministrazioni competenti (Stato e Regioni), i proprietari e i gestori delle foreste, comprendano la reale portata delle opportunità di mercato, acquisiscano familiarità con l’andamento dei Mercati, sviluppando intese concertate sul riconoscimento dei servizi svolti da una corretta gestione delle foreste (Ciccarese, 2009). Allo stesso tempo il settore forestale nazionale deve prendere consapevole del ruolo che può svolgere, proponendosi parte attiva nel contesto delle opportunità e degli effetti associati alle politiche di lotta ai cambiamenti climatici, dove l’assorbimento di CO2 rappresenta solamente uno dei molteplici servizi ecosistemici offerti dalle foreste.

di R. T.

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pubblicato in Strettamente tecnico > Bio e natura
il 02 Aprile 2011 TN n. 13 Anno 9

martedì 6 aprile 2010

Presentati dalla FAO i risultati del Rapporto “Valutazione delle Risorse Forestali Mondiali 2010”

albero3 A livello globale la deforestazione, causata prevalentemente dalla conversione delle foreste tropicali in terra agricola, negli ultimi dieci anni è diminuita, tuttavia in molti Paesi continua ad una tasso allarmante. A livello mondiale, nel decennio 2000-2010, ogni anno circa 13 milioni di ettari di foreste sono stati convertiti ad altro uso, o sono andati perduti per cause naturali, rispetto ai circa 16 milioni di ettari l'anno perduti nel decennio precedente. Questi sono alcuni dei risultati a cui è giunto il rapporto della FAO “Valutazione delle Risorse Forestali Mondiali 2010”, lo studio (che copre 233 Paesi e territori) più attendibile ed esaustivo sinora disponibile sulle risorse forestali del pianeta.
La situazione nelle diverse aree Il Brasile e l'Indonesia, che negli anni '90 registravano la più alta perdita netta di foreste, hanno ridotto in modo significativo i loro tassi di deforestazione. Inoltre, grazie agli ambiziosi programmi di riforestazione della Cina, dell'India, degli Stati Uniti e del Vietnam - insieme con l'espansione naturale delle foreste in alcune regioni - ogni anno si sono aggiunti oltre sette milioni di ettari di nuove foreste. Di conseguenza, la perdita netta di area forestale tra il 2000 ed il 2009 si è ridotta di 5,2 milioni di ettari l'anno, rispetto agli 8,3 milioni di ettari degli anni '90. La superficie forestale totale nel mondo copre poco più di quattro miliardi di ettari, vale a dire il 31% del totale della superficie terrestre. La perdita netta annuale di foreste (quando la somma di tutte le nuove aree forestali guadagnate è minore delle perdite) negli anni 2000-2009 è stata equivalente ad un'area grande quanto il Costarica.
Le perdite più estese in Sud America e in Africa
Nel decennio 2000-2009 è in Sud America ed in Africa che si è registrata la maggiore perdita netta di foreste, rispettivamente con 4 milioni e con 3,4 milioni di ettari. Anche l'Oceania ha subito una perdita netta, in parte dovuta alla grave siccità dell'Australia a partire dal 2000. L'Asia, invece, nell'ultimo decennio ha registrato un guadagno netto di circa 2,2 milioni di ettari l'anno, dovuto in buona parte ai programmi di rimboschimento su larga scala attuati in Cina, in India e in Vietnam, che negli ultimi cinque anni sono riusciti ad espandere l'area forestale per un totale di quasi quattro milioni di ettari. Tuttavia, la conversione di superficie forestale ad altri usi è continuata in molti Paesi a tassi molto alti. In Nord America ed in America Centrale la superficie forestale è rimasta abbastanza stabile, mentre in Europa ha continuato ad espandersi, sebbene ad un tasso meno rapido rispetto al passato.
Foreste e cambiamento climatico
Le foreste svolgono un ruolo molto importante nel mitigare il cambiamento climatico, infatti immagazzinano un enorme ammontare di carbonio. Quando una foresta viene tagliata e convertita ad altro uso, il carbonio viene di nuovo rilasciato nell'atmosfera. Un tasso di deforestazione più basso e la creazione di nuove foreste aiutano ad abbassare l'alto livello di emissioni di carbonio causato dalla deforestazione e dal degrado forestale. Occorre però guardare al futuro, perché gli estesi programmi di rimboschimento della Cina, dell'India e del Vietnam, responsabili del recente incremento di superficie forestale, si concluderanno nel 2020. Ciò significa che non c’è tanto tempo a disposizione per adottare misure efficaci e permanenti volte a ridurre in modo significativo l'attuale tasso di deforestazione e di degrado forestale. Senza decisi interventi si rischia un brusco ritorno all'alto livello di perdita netta di foreste e di emissioni di carbonio da foreste che si
aveva negli anni ‘90".
Conclusioni: parole chiave
- Il Brasile negli ultimi 10 anni ha perduto in media 2,6 milioni di ettari di foresta l'anno, mentre negli anni '90 ne aveva perduti 2,9 l'anno. L'Indonesia ha perduto una media di 0,5 milioni di ettari nell'ultimo decennio rispetto agli 1,9 degli anni '90.
- Le foreste primarie rappresentano il 36% del totale della superficie forestale, ma dal 2000 ad oggi sono diminuite di oltre 40 milioni di ettari. Questa perdita è da addebitare in larga misura alla riclassificazione delle foreste primarie in "altre foreste rigenerate naturalmente", a causa del taglio del legname selettivo e di altri interventi umani.
- L'area forestale protetta nella forma di parchi nazionali, aree naturali protette o altre forme legali di salvaguardia, dal 1990 ad oggi è aumentata di oltre 94 milioni di ettari, ed attualmente è pari al 13% della superficie forestale totale.
- Le foreste sono tra i principali serbatoi di carbonio del pianeta. Esse immagazzinano circa 289 gigatonnellate (Gt) di carbonio negli alberi e nella vegetazione. Il carbonio immagazzinato nella biomassa
forestale, nel legno secco, nello strame messi insieme è maggiore di tutto il carbonio nell'atmosfera. A livello globale, lo stock di carbonio nella biomassa forestale si stima sia diminuito, tra il 2000 ed il 2009, di circa 0,5 GT all'anno, principalmente a causa della riduzione del totale della superficie forestale.
- Incendi, parassiti ed infestazioni stanno causando grossi danni alle foreste di alcuni paesi. In media, l'1% di tutte le foreste ogni anno è compromesso a causa degli incendi boschivi. Si stima che le infestazioni di insetti danneggi ogni anno circa 35 milioni di ettari di area forestale. Anche gli eventi climatici estremi, quali tempeste, bufere e terremoti hanno causato grandi perdite nell'ultimo decennio.
- A partire dal 2000, sono 76 i Paesi che hanno redatto per la prima volta, o aggiornato, le proprie politiche forestali e 69 i Paesi, per lo più in Europa ed in Africa, che dal 2005 ad oggi hanno promulgato o modificato la propria legislazione forestale.
- La raccolta dei dati per la Valutazione delle Risorse Forestali Mondiali è diventata molto più precisa ed esaustiva. L'acquisizione di nuovi dati ed informazioni sul rimboschimento e sull'espansione naturale delle foreste nel corso degli ultimi 20 anni ha consentito di calcolare con molta più precisione i tassi di deforestazione e la perdita per cause naturali. La nuova stima di deforestazione globale per il decennio 1990-2000, vicina a 16 milioni di ettari per anno, è più alta di quanto non fosse stata precedentemente stimata (13 milioni di ettari) perché ora include anche la deforestazione all'interno di Paesi che hanno nell'insieme registrato un aumento netto di superficie forestale.
- Un'indagine di rilevamento a distanza condotta dalla FAO, che ha preso in esame circa 13.500 aree nel corso di 15 anni, fornirà per la fine del 2011 dati ancora più precisi sui tassi regionali e mondiali di deforestazione.
Il Rapporto “Valutazione delle Risorse Forestali Mondiali 2010” viene pubblicato ogni cinque anni. Per la realizzazione dell’ultima edizione sono stati coinvolti oltre 900 specialisti di 178 Paesi. Il Rapporto sarà
pubblicato per intero nel prossimo mese di ottobre. (Fonte: fao)

domenica 28 febbraio 2010

Biomasse sostenibili, un nuovo rapporto Ue ne detta i criteri

home2-7917 Dalla Transparency Platform

La Commissione europea adotta oggi il rapporto richiesto nella Direttiva clima energia in materia di biomasse solide e biogas. Il documento raccomanda agli Stati membri di seguire modelli simili che si basino sui criteri di sostenibilità forniti da Bruxelles.

(da www.rinnovabili.it) – Sviluppare appieno il potenziale energetico delle biomasse significa inevitabilmente dover prendere in esame le questioni connesse alla tutela del patrimonio forestale e della biodiversità, all’utilizzo suolo e al calcolo delle emissioni di CO2: la valutazione, in altre parole, dell’impatto ambientale e ovviamente anche di quello economico. A livello europeo la Renewable Energy Directive, conosciuta anche come la Direttiva “20-20-20”, contiene uno schema inerente ai requisiti di sostenibilità per i biocarburanti e i bioliquidi, mancando dunque quelli relativi alle biomasse, per le quali però specificava la richiesta alla Commissione Ue d’un rapporto ad hoc per colmare tale lacuna. Adempiendo a tale obbligo l’esecutivo europeo ha adottato oggi una relazione sui termini per l’uso sostenibile delle biomasse solide e del biogas nell’energia elettrica, riscaldamento e raffreddamento. Il documento contiene raccomandazioni sui criteri che dovrebbero essere utilizzati dagli Stati membri che desiderino introdurre un regime a livello nazionale, in modo da evitare ostacoli al funzionamento del mercato interno.
“La biomassa – ha dichiarato Günther Oettinger, Commissario responsabile per l’Energia – è una delle risorse più importanti per raggiungere i nostri obiettivi nelle energie rinnovabili. Contribuisce già a più della metà del consumo di energia verde nell’Unione europea, fornendo una risorsa pulita, sicura e competitiva”.
Le raccomandazioni adottate oggi riguardano:

  • Il divieto generale di utilizzare biomassa coltivata su terreni appositamente sottratti al patrimonio forestale, su aree ad elevata capacità di stoccaggio dell’anidride carbonica o ad elevata biodiversità.
  • Una metodologia standardizzata per il calcolo dei gas a effetto serra in maniera tale da garantire che la riduzione delle emissioni connessa a questa fonte sia almeno del 35% rispetto al mix energetico fossile della UE, aumentandola al 50% per i nuovi impianti nel 2017 e al 60% nel 2018.
  • La differenziazione dei regimi di sostegno nazionali a favore di impianti che consentano di raggiungere alte efficienze di conversione energetica.
  • Il controllo della provenienza della biomassa.

La relazione è accompagnata da una valutazione d’impatto che dimostra che criteri vincolanti imporrebbero costi considerevoli agli operatori economici europei, soprattutto in considerazione del fatto che almeno il 90% della biomassa consumata a livello comunitario deriva dai residui forestali e da altri sottoprodotti delle industrie europee, concludendo pertanto che almeno in questa fase, non sia necessaria una legislazione più dettagliata.
“E’ prevista una revisione fra 18 mesi, – ha concluso Oettinger – al fine di valutare se il sistema abbia bisogno di essere modificato, anche attraverso l’introduzione di norme obbligatorie”.

giovedì 19 novembre 2009

Investire nelle rinnovabili? In Italia è un risky business

Investire nelle rinnovabili? In Italia è un risky business

Deutsche Bank ha recentemente reso noto un proprio studio in cui vengono assegnati i punteggi ad un gruppo di 109 paesi, relativamente alla presenza di condizioni più o meno favorevoli per investimenti nel settore delle energie rinnovabili.

La ricerca, intitolata Global Climate Change Policy Tracker: An Investor’s Assessment è stata realizzata da Deutsche Bank Columbia Climate Center presso Earth Institute, Columbia University.

Sono stati individuati tre livelli di rischio che sono stati assegnati sulla base di otto criteri, ed hanno portato alla definizione della “pagella” attribuita ai diversi stati con il raggiungimento di punteggi dall’otto al dodici (livello 1), dal tredici al venti (livello di rischio 2) e oltre ventuno (livello di rischio 3).

Leggendo il punteggio assegnato al nostro paese ed il livello di rischio attribuito (livello 3 - rischio elevato) si possono fare diverse considerazioni ma soprattutto non si può non pensare che in fondo (ma mica tanto) non potevamo che aspettarci un giudizio così severo da parte dei banchieri tedeschi sul modo in cui gli investimenti in energie rinnovabili vengono incoraggiati e promossi nel “paese del sole”.

Le ricadute economiche su industria ed economia italiana, giudicate notevoli secondo una ricerca IEFE (Centre for Research on Energy and Enviromental Economics and Policy dell’Università Bocconi) promossa da GSE (Gestore Servizi Elettrici) rischiano di rimanere solo teoriche secondo l’analisi svolta dall’Istituto tedesco.

Il criterio principale (trattandosi di investimenti) è rappresentato dagli incentivi, suddiviso in cinque sotto-criteri.

Per Deutsche Bank (e non solo) è fondamentale anzitutto l’esistenza di tariffe incentivanti nei paesi in cui si va a investire, viene inoltre assegnato un giudizio sulla efficacia delle politiche adottate dagli stati messi sotto osservazione, che consentano di mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia dei due gradi Celsius oltre la quale il cambiamento climatico viene considerato irreversibile.

In Italia, pur esistendo un sistema tariffe incentivanti si sottolinea la presenza di ostacoli significativi agli investimenti, riconducibili ad una forte burocratizzazione, alle scarse disponibilità di finanza pubblica e all’assenza di un sistema sanzionatorio per le inadempienze.

Investire nel settore delle fonti rinnovabili: molte Pmi avranno stimato che il mercato italiano è semplicemente difficile ed invece è addirittura….rischioso!

lunedì 16 novembre 2009

Dossier Enea: le rinnovabili termiche su i target UE

rinovabili (da Rinnovabili.it)

“l’Italia è molto in ritardo negli usi termici delle fonti rinnovabili, mentre sta rapidamente crescendo (anche se a caro costo) la quota di generazione elettrica. Occorre e conviene colmare questo ritardo, e rivedere in aumento il peso degli usi termici delle rinnovabili nel soddisfare quella quota del 17% al 2020 che la Commissione Europea ci ha assegnato. Questo vuole anche dire una riduzione della pressione sugli usi elettrici, che renda gli obiettivi più realistici e meno costosi”. E’ l’opinione di Ugo Farinelli, segretario generale dell’Associazione Italiana Economisti dell’Energia a commento del dossier Usi termici delle fonti rinnovabili presentato oggi nell’ambito del workshop, promosso congiuntamente da ENEA con AIEE e FIRE. Il documento come il convegno raccoglie le varie tecnologie per gli usi termici delle rinnovabili a partire dal solare alla geotermia fino alle biomasse esaminando stato dell’arte e prospettive tecnologiche in riferimento soprattutto ai target Ue contenuti nella Direttiva “20-20-20”.
“Da un punto di vista economico, – afferma Farinelli – non c’è dubbio che nella maggior parte dei casi il costo di produzione di un kWh termico sia inferiore di quello necessario per produrre un kWh elettrico; appare quindi evidente l’importanza di operare per promuovere la diffusione delle tecnologie per le rinnovabili termiche rivedendo un sistema d’incentivazione, basato sui certificati verdi e sul conto energia, che non sembra rispondere compiutamente a questa esigenza”.
Per rendere chiaro il contesto in cui attualmente l’Italia si trova l’Enea ha redatto schede tecnologiche per le sopracitate fonti, stralcio del Rapporto “Fonti Rinnovabili” in fase di pubblicazione, definendo per ognuna: stato dell’arte; prospettive tecnologiche e R&D, potenziale di sviluppo e barriere alla diffusione; analisi economica.

Capitolo controverso soprattutto quello relativo alle biomasse, per le quali Giuseppe Tomassetti della Fire ha mostrato le proposte di evoluzione del sistema incentivi, da indirizzare “alle imprese più che ai singoli consumatori”. L’attenzione in questo caso andrebbe alle nuove definizioni di “sostenibile”. Per Tommasetti le priorità divengono essenzialmente “utilizzare meglio, cioè a più alta efficienza e con minor emissioni, le biomasse già attualmente disponibili sul mercato, favorendo la tipizzazione dei combustibili e la qualità delle caldaie” e “far crescere la disponibilità sul mercato di combustibili, di qualità standardizzata, derivati da biomasse prodotte in Italia sia dal mondo agricolo sui terreni di pianura, che dal mondo forestale nelle aree montane, in accordo con le funzioni di protezione del territorio”.

Da Carlo Manna, responsabile ufficio Studi dell’Enea, arrivano invece le proposte per recuperare il ritardo dell’Italia sull’uso termico delle fonti di energia rinnovabili ed in particolare nel campo del solare termico. “Sia per le capacità tecnologiche di cui disponiamo, sia per fattori ambientali, l’Italia dovrebbe farsi trovare più preparata – ha dichiarato Manna – e probabilmente la particolare attenzione che c‘è stata verso la generazione elettrica da fonti rinnovabili ha fatto trascurare questo tipo di utilizzo delle rinnovabili. E’ necessaria a questo punto una revisione complessiva di alcuni meccanismi e misure da attuare. A partire da quelli sui titoli di efficienza energetica, troppo poco attenti alle potenzialità di un uso termico delle fonti rinnovabili”. Rivedere tutti i nei dei certificati bianchi, dunque, ma ottenere una “certezza del funzionamento di certi meccanismi, come quello del 55% sull’Irpef”.

giovedì 12 novembre 2009

Giornata di studio sul tema della deforestazione e della degradazione forestale globali

003188 Roma, 20 novembre, Auditorium ISPRA, via Curtatone 7

In occasione della presentazione del rapporto ISPRA “Deforestazione e degradazione forestale. Le risposte del sistema foreste-legno italiano”, frutto di una collaborazione tra l'Università di Padova e l'ISPRA, il 20 novembre 2009 si terrà presso l'Auditorium ISPRA, Via Curtatone 7, Roma, con inizio alle 9:30, una giornata di studio sul tema della deforestazione e della degradazione forestale globali (dimensioni, cause ed effetti del problema), sulle responsabilità e le risposte del sistema foresta-legno e sulle possibili soluzioni e aree di intervento.

All'interno dell'evento è prevista una tavola rotonda, con inizio alle 11:00, moderata da una giornalista di un quotidiano nazionale, a cui partecipano i rappresentanti delle istituzioni italiane, della Commisisone Europea, delle ONG e del settore industriale (Federlegno), per discutere di implementazione di accordi sovranazionali e intergovernativi in materia (Forest Law Enforcement, Governance and Trade, Due Diligence, ecc.); di integrazione e coordinamento tra le politiche settoriali di contrasto ai fenomeni; di promozione di forme di partnership e di collaborazione pubblico-privato, di acquisti verdi da parte della pubblica amministrazione (di cui il 12 ottobre è stato varato un decreto del Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo).

lunedì 9 novembre 2009

Io da che parte sto?

di Giorgio Nebbia – www.rinnovabili.it


Campo eolico

C’è un famoso racconto, attribuito ad Esopo, intitolato: il padre, il figlio e l’asino. Un padre anziano, un figlio giovinetto e un asino andavano per la loro strada. Il padre, stanco, sale sull’asino e la gente che li vede passare dice: che egoista quel padre che lascia andare un giovinetto a piedi. Allora il padre scende e fa salire sull’asino il figlio e la gente che li vede passere dice: vergogna quel giovinetto che lascia andare a piedi il padre anziano. Allora padre e figlio salgono tutti e due sull’asino e la gente dice: vergogna: due persone che sfiancano il povero asino. Allora padre e figlio scendono e vanno a piedi al fianco dell’asino e la gente dice: ma sono proprio scemi quei due che potrebbero andare senza stancarsi. Il racconto non dice come è finita: forse si sono fermati tutti e tre. E’ quanto sta avvenendo nel dibattito sulle fonti energetiche rinnovabili che vi propongo qui di seguito.

L’uso dei combustibili fossili comporta l’esaurimento delle riserve esistenti e provoca mutamenti climatici e la soluzione nucleare è inaccettabile. La vera soluzione va cercata nel ricorso alle fonti energetiche rinnovabili, tutte derivate dal Sole, sotto forma di calore solare o di energia eolica o di moto delle acque.

Niente vero. Sulla produzione di energia dal Sole non si può contare perché occorrerebbero migliaia di chilometri quadrati di superficie terrestre coperta di pannelli solari per avere quantità apprezzabili di calore o elettricità. Invece sarebbe una cosa molto buona perché le grandi zone terrestri in cui la radiazione solare è elevata sono proprio nei deserti poco abitati dei paesi poveri e quindi da questi potrebbe venire il rifornimento di energia futura per i paesi industriali. No, è inaccettabile la dipendenza da nuovi monopoli energetici, questa volta costituiti dai paesi ricchi di Sole e di impianti solari. Però i paesi industriali potrebbero vendere pannelli solari ai paesi con elevata insolazione e comprare in cambio energia elettrica o idrogeno solari dai paesi oggi arretrati.

Energia PulitaIl ricorso al solare sarebbe una soluzione pessima perché gli impianti solari, termici o fotovoltaici, hanno una durata limitata, e dopo alcuni anni o decenni si dovrebbero smaltire enormi quantità di rottami inquinanti. Però solo i pannelli solari al silicio comportano problemi di smaltimento e di inquinamento tanto che tendono ad essere sostituiti da pannelli fotovoltaici a semiconduttori organici. Non ci si deve neanche pensare, perché il rendimento dei nuovi pannelli fotovoltaici è basso e occorrerebbero superfici terrestri ancora più grandi per fornire l’elettricità oggi necessaria nel mondo.

Per produrre elettricità dal Sole conviene usare non i pannelli fotovoltaici ma piuttosto il calore solare con concentrazione per ottenere vapore per alimentare turbine. Questa soluzione non convince perché i sistemi per concentrazione producono vapore in maniera intermittente e la produzione di vapore cessa se il cielo è coperto di nuvole. Però il calore solare ad alta temperatura può essere accumulato in speciali materiali e reso disponibile durante tutto il giorno.

Allora se proprio si vuole ottenere elettricità dalle fonti rinnovabili meglio usare i motori eolici alimentati dal vento che si genera sulla terre emerse e sugli oceani dal movimento di aria che scorre dalle parti calde alle parti fredde del pianeta, dal momento che il vento ha dentro di se una forza grandissima. Ma le centrali eoliche deturpano il paesaggio e uccidono gli uccelli che vengono risucchiati dal moto delle pale. Però l’energia eolica potrebbe fornire elettricità in forma decentrata e quindi si eviterebbero le grandi reti di trasmissione dell’elettricità generata dalle grandi centrali termoelettriche e nucleari. Sarebbe una soluzione pessima perché gli impianti eolici forniscono elettricità in forma discontinua e una interruzione dell’erogazione potrebbe far morire negli ospedali i pazienti dipendenti da apparecchiature elettriche. Ma i problemi della discontinuità sono inesistenti perché l’elettricità di origine eolica può essere accumulata, a mano a mano che si forma, in adatte batterie ricaricabili come le recenti a ioni di litio. Sarebbe un disastro perché le maggiori riserve mondiali di litio sono nelle mani della Bolivia, un paese socialista e nemico del capitalismo, e il prezzo delle batterie al litio sarebbe destinato ad aumentare. Allora la forza del vento potrebbe essere utilizzata nella maniera migliore usando la forza delle onde generate dal vento, ma le centrali elettriche a onde marine comportano devastanti interventi sulle coste.

Produzione di BiocarburantiLa principale funzione che il Sole sa svolgere bene è la ”fabbricazione” di biomassa vegetale con la fotosintesi clorofilliana, che porta via anidride carbonica dall’atmosfera, e dalla biomassa vegetale è possibile ottenere sia combustibili solidi, sia combustibili liquidi come l’alcol etilico o il biodiesel da usare come carburanti per autoveicoli.

Niente vero. La produzione di alcol etilico, o bioetanolo, dagli amidi di cereali, alimenti indispensabili per gli esseri umani e ancora di più per le popolazioni povere, sottrae una grande massa di alimenti alle bocche di chi ha fame; così i poveri non avrebbero di che mangiare per permettere ai SUV dei paesi ricchi di andare a tutta velocità. Ma l’uso dell’alcol etilico come carburante libera dalla dipendenza dal petrolio e il bioetanolo può essere ottenuto da zuccheri o da materiali lignocellulosici e scarti della lavorazione del legno. Anche in questo modo si incentiverebbe la piantagione di piante da zucchero o alberi a rapida crescita che alterano molti ecosistemi naturali e impoveriscono la biodiversità.

Invece di alcol carburante si possono usare biocarburanti ottenuti dai grassi, il biodiesel. No, non si devono usare grassi da trasformare in biodiesel perché i grassi sono prodotti in monocolture che sottrarrebbero terreno alle coltivazioni di piante alimentari. Conti accurati mostrano che la quantità di energia impiegata nelle varie operazioni di produzione dei biocarburanti è inferiore, talvolta molto inferiore, a quella che i biocarburanti liberano nei motori a scoppio. Invece conti accurati mostrano che il consumo di energia, in parte ottenuta da combustibili fossili, per la preparazione dei terreni da coltivare a piante energetiche, per la semina, per il raccolto, la trasformazione in carburanti, per la distillazione, e lo smaltimento dei residui e sottoprodotti è molto più alta di quella che i biocarburanti liberano nei motori a scoppio. Anche se i sottoprodotti della trasformazione di prodotti agricoli e forestali in biocarburanti possono trovare utile impiego nell’alimentazione del bestiame..

Però la produzione di carburanti dalla biomassa vegetale, fatti bene i conti, contribuisce anche lei ai mutamenti climatici. Ma no, l’uso dei biocarburanti è importante per contrastare il riscaldamento globale perché essi immettono nell’atmosfera anidride carbonica e gas serra nella produzione e nella combustione, ma si tratta dell’anidride carbonica sottratta dall’atmosfera quando le materie prime si sono formate per fotosintesi.

Potrei andare avanti a lungo sugli esempi di negazionismo e revisionismo associati ai soli problemi energetici e ambientali: sembra che il revisionismo sia il grande sport del ventesimo e ventunesimo secolo applicato a molti aspetti della vita civile. Direi della vita “incivile” perché il progresso richiederebbe una grande operazione di ricerca della vera-verità anche nel campo scientifico e tecnologico e la fine del chiacchiericcio che esplode intorno ad ogni nuovo o vecchio aspetto, amplificato dai giornali, dalle televisioni e da Internet spesso disposti a credere chiunque sia in cerca di qualche visibilità con idee anche strampalate.
Io da che parte sto?
Una persona potrebbe essere indotta a credere che la verità vada cercata nella “scienza”, ma purtroppo spesso sono “scienziati” apparentemente “attendibili”, quelli che dicono una cosa e quelli che dicono il suo contrario. Stiamo vivendo in un’epoca in cui, come diceva Mao, al buio tutti i gatti sono grigi. Ci deve essere allora qualche guida che aiuta a districarsi nella selva di semi-verità e di semi-menzogne. Purtroppo la risposta non va cercata nei computers, nelle riviste o nei trattati, ma nella propria testa, nello sforzo di conoscenza e di approfondimento diretto dei fatti, nella verifica delle notizie alla luce dei valori che ciascuno porta nel proprio cuore.

E’ un valore la possibilità di muoversi e di illuminare le case e di avere un lavoro ed è un valore il diritto alla salute e ad avere cibo sufficiente e acqua pulita: la tale proposta o invenzione in quale maniera rende massima l‘accesso a ciascuno di questi diritti da parte di ciascuno e di tutti ? Chi guadagna proponendo una certa invenzione o innovazione e chi ci rimette, natura e ambiente compresi? e io da che parte sto fra chi ci guadagna e chi ci rimette?

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mercoledì 4 novembre 2009

Fonti rinnovabili, online Sportello Energia

Fonti rinnovabili, online Sportello Energia

La Regione Toscana ha messo a disposizione degli utenti uno "Sportello Energia" online, che li aiuterà ad orientarsi tra le opportunità e i finanziamenti relativi alle fonti rinnovabili

Risponde alla crescente domanda delle imprese - oltre che di cittadine e PAL - su come utilizzare in maniera produttiva le fonti rinnovabili, la Regione Toscana, attivando in Rete uno "Sportello energia online" articolato in tre distinte aree a seconda della tipologia di utenti.

Sono tredici i temi trattati in altrettante "librerie": Il piano energetico, Documenti, Leggi e sentenze, Notizie, Rassegna stampa, Fonti rinnovabili, Dalla Toscana, Dall'Italia e dall'estero, Da Kyoto a Copenaghen, Dal mondo della ricerca, Agenda, Link, Filo diretto, Multimedia.

Il tutto racchiuso in 1.200 pagine e 200 link ad altri siti utili per tenersi aggiornati sull'evoluzione di uno dei settori "più strategici per un futuro eco-efficiente e ambientalmente compatibile".

Il comparto industriale della produzione di energia da fonti rinnovabili, con il fotovoltaico e l'energia elettrica dal sole, è uno dei pochi a non accusare i forti influssi della crisi, tanto da fare registrare, proprio nella Regione Toscana una crescita del +614%. Ma il trend si sta replicando in tutta Italia, come ad esempio anche in Lazio.

Il nuovo sportello online si pone l'obiettivo di incentivare gli investimenti nella nascente economia verde, unitamente ai finanziamenti regionali nel campo delle energie rinnovabili.

Al fine di fornire un servizio flessibile e interattivo, è stato attivata anche una casella di posta elettronica (sportello.energia@regione.toscana.it) alla quale imprese, cittadini e pubbliche amministrazioni si potranno rivolgere per esprimere dubbi, avanzare richieste di chiarimenti e per fare esaminare proposte.

Quelle foreste uccise dai mutamenti climatici

Una ricerca internazionale segnala almeno 88 casi di boschi spariti dal 1970 a oggi: colpa dell'aumento della temperatura e della siccità. Il quadro globale e la situazione italiana

di JACOPO PASOTTI da Repubblica.it

Coprono il 30% dei continenti, sono un simbolo di resistenza e longevità. Ma l'immagine che abbiamo delle foreste potrebbe essere troppo ottimistica. Un gruppo internazionale di 20 scienziati ha documentato la morte di intere foreste in ogni continente, ed ha confrontato le circostanze di questi eventi con il cambiamento climatico. Lo studio dimostra che il riscaldamento globale può causare stragi di boschi e foreste un po' ovunque, con conseguenze per l'ambiente (e l'economia) ancora tutte da capire. A dirigere il lavoro, pubblicato sulla rivista Forest Ecology and Management, è stato Craig Allen del servizio geologico statunitense (USGS).
Lo scenario globale. Allen e il team di ecologi e botanici presentano 88 casi ben documentati di foreste decimate dal 1970 ad oggi, dalla savana africana alle giungle tropicali del Borneo, a ogni latitudine. Tutti eventi causati da stress climatico, destinato in molti casi ad intensificarsi.
La lista è lunga: ci sono 0,5 milioni di ettari di pino rosso cinese scomparsi in pochi anni di siccità. E poi 5000 ettari di boschi di faggio australe spariti tra il 1984 ed il 1987 in Nuova Zelanda. O le foreste di miombo, nella savana dello Zimbawe: 500mila ettari decimati da siccità eccezionali all'inizio degli anni Novanta.
Morie legate al clima che inaridisce il terreno, quindi, ma favorisce anche il proliferare di alcuni parassiti. È il caso per esempio dei 56mila ettari di boschi di conifere uccisi da voraci coleotteri tra il 1986 ed il 1992 in California. A cavallo di questi animali, tra l'altro, le infezioni passano da un albero all'altro accelerandone il deperimento. Lo stesso vale per i 2 milioni di ettari di foreste boreali che coprono la Siberia da un capo all'altro, uccise dalla temperatura e dai coleotteri in due aridi estati, tra il 2004 e il 2006. Una perdita non da poco, se si considera che sono scomparsi 208 milioni di metri cubi di legname.

Lo scenario in Italia. Lo studio non trascura il territorio italiano, coperto per il 35% di boschi. Una percentuale che cresce, visto l'abbandono delle aree montane. Ma che non mette al riparo da un clima più irrequieto, avvertono gli esperti. Come Piergiorgio Terzuolo, dell'Istituto per le Piante da Legno e l'Ambiente in Piemonte, che segue da anni il deperimento dei 90 mila ettari di quercete e carpinete piemontesi. Gli "ultimi relitti di boschi primigeni" stanno lentamente scomparendo, stremati dal clima e poi aggrediti da funghi e parassiti. Lo studio diretto da Allen cita invece episodi di moria di boschi di pino silvestre in Tirolo e Valle d'Aosta, anch'essi indeboliti lungo tutto l'arco alpino.
Un antipasto di quello che ci aspetta in futuro, insomma, infatti già nel 2007 i dipartimenti di botanica delle università italiane avevano consegnato al ministero per l'Ambiente una lista di 21 foreste minacciate dal cambiamento climatico. Dalle pecciete della Valle d'Aosta, alle sugherete e le lecciete di Sardegna e Sicilia, gli alberi pativano un clima sempre più asciutto. Gli esperti italiani avevano esaminato i dati di 400 stazioni meteo e avevano avvertito che un bosco su tre soffriva già l'aumento della temperatura, mentre l'80% sopravviveva a stento in un terreno inaridito.
Una fissazione o un dato reale? Allen e colleghi spiegano di essere all'inizio di uno studio che dovrà per forza andare avanti e allargarsi. "Le ricerche che mettono in luce il legame tra aumento della siccità ed il recente riscaldamento globale crescono di anno in anno", dicono. Ed avvertono che se il legame con il clima verrà confermato, il male potrebbe espandersi fino a diventare cronico. Gli alberi trattengono nel loro legno molta più anidride carbonica dell'atmosfera, dice Allen, e ogni foresta abbattuta rimette in circolo il gas serra, rendendo ancora più in salita la corsa alla riduzione delle emissioni.
Certo, si può sempre sperare che gli alberi migrino in altre regioni. Il problema, spiega Allen, è che "molti semi non riescono a seguire il peregrinare del clima. E poi un albero impiega decenni, se non secoli, per diventare adulto, mentre il clima può uccidere una pianta bicentenaria in un paio di anni."

lunedì 19 ottobre 2009

A breve finanziamenti per chi sceglie l'energia sostenibile

mondoalbero E’ imminente la pubblicazione, da parte del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, della circolare che darà il via alle domande per accedere ai finanziamenti agevolati del Fondo rotativo Kyoto a sostegno degli interventi finalizzati all’efficienza energetica.

Il Fondo, istituito per favorire l’attuazione del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici, mette a disposizione, per un periodo di tre anni, 600 milioni di euro a favore di investimenti non antecedenti lo scorso 22 aprile. I finanziamenti saranno erogati, in una misura che varierà dal 70 al 90% degli investimenti ammissibili, dalla Cassa Depositi e Prestiti per la realizzazione di impianti eolici, idroelettrici, solari termici, a biomassa vegetale solida e fotovoltaici di piccola taglia, nonché di quelli che utilizzano, quali fonti energetiche, gas naturale, biomassa vegetale solida, biocombustibili liquidi di origine vegetale, biogas e in co-combustione gas naturale-biomassa.

Saranno altresì agevolati la sostituzione di motori elettrici che hanno potenza nominale superiore a 90 kWe con apparecchiature ad alta efficienza, una serie di interventi sull’involucro degli edifici, per esempio per la climatizzazione da impianti geotermici a bassa entalpia, e investimenti sui cicli produttivi delle imprese che producono acido adipico e di quelle quelle agro-forestali”.

E’ ampia la platea dei beneficiari: possono presentare la domanda imprese, privati, soggetti pubblici, condomini. La circolare applicativa del decreto che disciplina le modalità di erogazione dei finanziamenti indicherà i tassi e la tempistica.

domenica 22 giugno 2008

E’ on-line un nuovo sito dedicato al tema dei cambiamenti climatici

La Commissione europea ha presentato il nuovo sito web http://ec.europa.eu/climateaction/index_it.htm dedicato all'Azione per il clima - Energia per un mondo che cambia. Esso è disponibile in cinque lingue: italiano, francese, inglese, tedesco e spagnolo.
Questo nuovo strumento di comunicazione si pone l'ambizioso obiettivo di diventare un punto di riferimento per tutte le novità e importanti informazioni relative all'intervento prioritario dell'UE nella lotta contro i cambiamenti climatici.
Il riscaldamento globale rappresenta una delle maggiori minacce per il nostro pianeta. Se non interveniamo rapidamente per cambiare il nostro modo di produrre e consumare energia, il danno potrebbe essere irreparabile. L'UE intende fissare tre grandi obiettivi nella speranza di indirizzare l'Europa sulla giusta strada verso un futuro sostenibile.
Il nuovo sito web dedicato all'Azione per il clima - Energia per un mondo che cambia costituirà anche un legame costante tra le notizie di interesse generale e le informazioni più specifiche nei diversi settori di intervento.
Pertanto, i contenuti sono divisi in sezioni chiare e facilmente gestibili, contenenti informazioni sulle politiche in atto, sulle possibilità di finanziamenti e sulla relativa normativa.

giovedì 29 maggio 2008

Protocollo di Kyoto: Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto sull’adeguamento delle emissioni

E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto che aggiorna e rende più chiaro e approfondito il sistema di scambio dei diritti di emissione apportando le necessarie modifiche al Decreto legislativo 4 aprile 2006, n. 216.
Si tratta della partecipazione attiva ai meccanismi di progetto (Decreto Legislativo 7 marzo 2008, n. 51; (http://www.regioni.it/mhonarc/details_misc.aspx?id=12011) che offre la possibilità di ricorrere ai crediti derivanti dai meccanismi flessibili previsti dal Protocollo di Kyoto.
Il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del territorio e del mare è anche responsabile dell'approvazione dell'aggiornamento annuale dell'Inventario Nazionale dei gas serra nonché della sua trasmissione agli Organismi della Convenzionequadro sui cambiamenti climatici e del Protocollo di Kyoto. Mentre l'Apat è responsabile della realizzazione, della gestione e dell'archiviazione dei dati dell'Inventario Nazionale dei gas serra, della raccolta dei dati di base e della realizzazione di un programma di controllo e di garanzia della qualità, e sempre l’Apat predispone, aggiorna annualmente e trasmette al Ministero dell'Ambiente un progetto per l'organizzazione del Sistema nazionale per la realizzazione dell'Inventario Nazionale dei gas serra.